Profili giuridico-operativi del concordato stragiudiziale e del piano attestato di risanamento

1. Premessa

L’imprenditore fallibile (art. 1 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267) può risolvere la crisi d’impresa in modi differenti, alcuni dei quali non richiedono l’intervento del tribunale o di propri organi – come nel caso del concordato stragiudiziale – e talvolta non necessitano neppure della preventiva approvazione dei creditori, come nell’ipotesi del piano attestato di risanamento. Tali soluzioni possono, tuttavia, esporre il debitore ad alcuni significativi rischi, in quanto tali istituti non beneficiano di specifiche tutele previste, invece, qualora si ricorra all’accordo di ristrutturazione dei debiti o al concordato preventivo.

La presente Circolare si propone, pertanto, di illustrare le principali caratteristiche dei due istituti a carattere esclusivamente privatistico, ovvero senza alcun intervento del tribunale, con particolare riguardo ai più significativi benefici ed alle relative criticità.

2. Concordato stragiudiziale

Rappresenta un accordo plurilaterale raggiunto direttamente con i creditori, finalizzato a conseguire almeno uno dei seguenti obiettivi:

  • un ulteriore differimento dei termini di pagamento (c.d. concordato dilatorio);
  • una riduzione dei propri debiti (c.d. concordato remissorio);
  • evitare la dichiarazione di fallimento.

2.1. Benefici

Il concordato stragiudiziale rappresenta, generalmente, la soluzione preferita dal debitore, in quanto consente di evitare l’assoggettamento a qualsiasi forma di controllo da parte del tribunale o dei propri organi, e far trascorrere del tempo, talvolta determinante, per la decadenza dalle azioni eventualmente esperibili dal curatore nel caso di successivo fallimento, nonché di beneficiare – soprattutto a favore dei creditori – di tempi di esecuzione ragionevolmente ristretti e costi maggiormente contenuti rispetto ad una procedura concorsuale.

La proposta di concordato stragiudiziale, al fine di poter ottenere l’approvazione di tutti i creditori ai quali è rivolta, deve, infatti, essere particolarmente convincente, soprattutto in termini di importo e celerità della soddisfazione del credito; sotto il primo profilo, l’accordo privato con i creditori potrebbe garantire una percentuale di pagamento superiore, in quanto i costi del procedimento sono decisamente ridotti rispetto a quelli prospettabili nell’alternativa di una procedura concorsuale, come può essere il concordato preventivo. Al ricorrere di quest’ultima ipotesi, infatti, emergerebbero ingenti costi di natura professionale – commissario giudiziale ed altri collaboratori della procedura (perito stimatore dei beni, consulente del lavoro, legale, liquidatore giudiziale, ecc.) – che andrebbero ad aggiungersi a quelli che accomunano le soluzioni di concordato stragiudiziale e preventivo, come il consulente incaricato della predisposizione del piano e delle relative attività di coordinamento (c.d. advisor). La mancanza dei suddetti costi incrementali potrebbe, infatti, consentire al concordato stragiudiziale di offrire ai creditori un pagamento superiore a quello prospettabile nel concordato preventivo, salvo che la penalizzazione fiscale, di cui si dirà nel prosieguo, sia così significativa da annullare tale beneficio.

Per quanto concerne, invece, il secondo aspetto particolarmente rilevante nella valutazione dei creditori, ovvero i tempi di esecuzione della proposta di concordato stragiudiziale, questi naturalmente devono essere più brevi almeno rispetto al concordato preventivo, soggetto ad una serie di vincoli imposti dalla Legge Fallimentare; al contrario, non sempre è agevole proporre termini più celeri rispetto all’accordo di ristrutturazione dei debiti, in quanto l’art. 182-bis del R.D. n. 267/1942 stabilisce che un professionista indipendente (art. 67, co. 3, lett. d), L.F.) deve attestare, tra l’altro, l’attuabilità dell’intesa – raggiunta con i creditori rappresentanti almeno il 60% delle passività del debitore – con particolare riferimento all’idoneità a soddisfare integralmente i creditori estranei, entro 120 giorni dalla scadenza o, se già scaduti, dalla data del decreto di omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti.

2.2. Rischi

Al di fuori di tali vantaggi, il concordato stragiudiziale presenta soprattutto rischi, talvolta rilevanti, di differente natura e conseguenza, quali, ad esempio:

  • la prosecuzione, ovvero l’avvio, delle azioni individuali esecutive o cautelari da parte dei creditori, soprattutto quelli dissenzienti, oppure estranei all’intesa. La sospensione è, invece, ammessa nell’accordo di ristrutturazione dei debiti (anche nel periodo delle trattative, ai sensi dell’art. 182-bis, co. 6, della Legge Fallimentare) e nel concordato preventivo (art. 168 del R.D. n. 267/1942). Il fallimento ne determina, invece, l’interruzione (art. 51 L.F.);
  • la fiscalità diretta maggiormente onerosa, con riferimento alle plusvalenze da cessioni di beni ed alle sopravvenienze attive da riduzioni di debiti, che – a differenza del concordato preventivo e, in parte, dei piani attestati e degli accordi di ristrutturazione dei debiti (artt. 86, co. 5, e 88, co. 4, del D.P.R. n. 917/1986) – rimangono integralmente imponibili;
  • l’assoggettamento degli amministratori, sindaci, liquidatori e direttori generali, nonché dei soci di s.r.l. (art. 2476, co. 7, c.c.) all’azione di responsabilità, nel caso di successivo fallimento della società, per aver concorso a cagionare, ovvero aggravare, il dissesto dell’impresa;
  • l’esclusione da alcuni benefici previsti dalla Legge Fallimentare a favore delle operazioni compiute in esecuzione di un piano attestato di risanamento, accordo di ristrutturazione dei debiti o concordato preventivo. Questi ultimi istituti possono, infatti, usufruire – a dispetto del concordato stragiudiziale – dell’esonero dall’azione revocatoria fallimentare (art. 67, co. 3, lett. d) ed e), L.F.) e dai reati di bancarotta fraudolenta preferenziale e semplice, a norma dell’art. 217-bis del R.D. n. 267/1942. Nel caso del concordato preventivo, l’esonero dall’azione revocatoria è esteso anche ad alcune operazioni effettuate prima dell’apertura della procedura concorsuale; si tratta degli atti – urgenti di straordinaria amministrazione, autorizzati dal tribunale, e quelli di ordinaria gestione – legalmente posti in essere dalla data del deposito del ricorso, anche nella forma di domanda “in bianco”, ovvero con riserva di successivo deposito del piano, della proposta e della documentazione, nei termini assegnati dal tribunale (art. 161, co. 7, L.F.).

 Rimangono, in ogni caso, invocabili le generali ipotesi di esonero dall’azione revocatoria fallimentare, prevista dell’art. 67, co. 3, L.F.:

  • i pagamenti di beni e servizi effettuati, nei termini d’uso, nell’esercizio dell’attività d’impresa;
  • le rimesse effettuate su un conto corrente bancario, purchè non abbiano ridotto in maniera consistente e durevole l’esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca;
  • le alienazioni e i preliminari di vendita trascritti ai sensi dell’art. 2645-bis c.c., i cui effetti non siano cessati a norma del co. 3 della disposizione, conclusi a giusto prezzo ed aventi ad oggetto immobili ad uso abitativo, destinati a costituire l’abitazione principale dell’acquirente o dei proprio parenti ed affini entro il terzo grado, ovvero immobili ad uso non abitativo destinati a costituire la sede principale dell’attività d’impresa dell’acquirente, purchè – alla data di dichiarazione del fallimento – tale attività sia effettivamente esercitata, ovvero siano stati compiuti investimenti per darvi inizio;
  • i pagamenti dei corrispettivi per prestazioni di lavoro effettuate dai dipendenti o da altri collaboratori, anche non subordinati, del fallito;
  • i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili, eseguiti alla scadenza, per ottenere la prestazione di servizi strumentali all’accesso alla procedura concorsuale di concordato preventivo.

Naturalmente, rimane fermo il diritto del curatore fallimentare di esercitare l’azione revocatoria ordinaria di cui all’art. 2901 c.c., al fine di far dichiarare l’inefficacia degli atti di disposizione pregiudizievoli compiuti dal debitore, qualora ricorrano, congiuntamente, le seguenti condizioni:

  • il debitore era a conoscenza del pregiudizio che l’atto arrecava alle ragioni dei creditori o, trattandosi di atto anteriore al sorgere del credito, l’atto era dolosamente preordinato al fine di pregiudicarne il soddisfacimento;
  • il terzo, trattandosi di atto a titolo oneroso, era consapevole del pregiudizio e – nel caso di atto anteriore al sorgere del credito – era partecipe della dolosa preordinazione.

Non è, tuttavia, soggetto a revoca l’adempimento di un debito scaduto: in ogni caso, l’azione revocatoria si prescrive nel termine di 5 anni dalla data dell’atto.

3. Piano attestato di risanamento

Prima dell’entrata in vigore del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, l’art. 67, co. 3, lett. d), del R.D. n. 267/1942 – così come modificato dall’art. 4, co. 4, del D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169 – stabiliva l’esclusione dall’azione revocatoria fallimentare degli atti, dei pagamenti e delle garanzie concesse sui beni del debitore, qualora fossero stati posti in essere in esecuzione di un piano:

  • idoneo a consentire il risanamento dell’esposizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della situazione finanziaria della stessa;
  • ragionevole, così come attestato da un professionista iscritto nel registro dei revisori contabili ed in possesso dei requisiti per la nomina a curatore fallimentare di cui all’art. 28, co. 1, lett. a) e b), L.F. (avvocati, dottori e ragionieri commercialisti, nonché studi professionali associati e società tra professionisti i cui soci appartengono ad una delle predette categorie).

La disposizione in parola è stata sostituita integralmente dall’art. 33, co. 1, n. 1), del D.L. n. 83/2012, introducendo, in particolare, alcuni presupposti stringenti in capo al professionista “attestatore”. In primo luogo è precisato che la designazione di tale soggetto deve essere effettuata dal debitore, sempre tra gli eleggibili a curatore fallimentare, purchè siano connotati dal requisito dell’indipendenza sia dal debitore che dai creditori. Tale presupposto è, peraltro, ampiamente delineato dalla novellata norma, secondo cui l’attestatore:

  • non può essere legato all’impresa debitrice, né a coloro i quali hanno interesse all’operazione di risanamento, da relazioni di natura personale o professionale tali da comprometterne l’indipendenza di giudizio;
  • deve essere in possesso dei requisiti di cui all’art. 2399 c.c., ovvero non deve trovarsi in una delle cause di ineleggibilità a sindaco. Ad esempio, non può essere legato alla società debitrice – oppure ad imprese dalla stessa controllate, o che la controllano o che sono sottoposte a comune controllo – da un rapporto di lavoro o continuativo di consulenza o prestazione d’opera retribuita ovvero da altre relazioni di natura patrimoniale che ne compromettano l’indipendenza;
  • non deve, neppure per il tramite di soggetti con i quali è unito in associazione professionale, aver prestato – negli ultimi cinque anni – attività di lavoro subordinato o autonomo in favore del debitore ovvero partecipato agli organi di amministrazione e controllo del medesimo.

Un’ulteriore novità riguarda l’oggetto dell’attestazione, non più rappresentato dalla ragionevolezza, bensì – come già previsto per il concordato preventivo (art. 161, co. 3, del R.D. n. 267/1942) – dalla veridicità dei dati aziendali e dalla fattibilità del piano.

È stata, inoltre, colmata la lacuna della pubblicità del piano, prevedendo che possa essere iscritto, su richiesta del debitore, presso il registro delle imprese; tale facoltà consente, quindi, di attribuire una data certa al piano di risanamento e rileva anche ai fini dell’operatività del regime di non imponibilità delle sopravvenienze attive da riduzione dei debiti dell’impresa di cui all’art. 88, co. 4, del Tuir, anch’esso novellato dal D.L. n. 83/2012.

3.1. Profili operativi

Il piano attestato di risanamento può, quindi, essere rappresentato da un atto unilaterale (ad esempio, un insieme di operazioni di finanza straordinaria) oppure da un concordato stragiudiziale, la cui esecuzione è sottratta dall’ambito di operatività della revocatoria fallimentare, purchè risultino soddisfatti alcuni requisiti (art. 67, co. 3, lett. d), del R.D. n. 267/1942):

  • il piano, non necessariamente liquidatorio, è idoneo a consentire il risanamento dell’esposizione debitoria dell’impresa ed ad assicurare il riequilibrio della propria situazione finanziaria. Il piano di risanamento si fonda di regola anche su accordi con i principali creditori, diretti a ristrutturare l’indebitamento, ma ciò non è essenziale secondo la norma: il piano potrebbe, quindi, basarsi anche soltanto sulla cessione di attività o rami aziendali non strategici o sull’acquisizione di nuova finanza;
  • la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano (come nel concordato preventivo, novità del D.L. n. 83/2012) e non più la mera ragionevolezza, è attestata da un professionista indipendente – designato dal debitore – iscritto nel registro dei revisori legali dei conti ed in possesso dei requisiti per la nomina a curatore fallimentare, di cui all’art. 28, co. 1, lett. a) e b), del R.D. n. 267/1942.

Alla luce di quanto sopra riportato, il ricorso al piano attestato di risanamento richiede la sussistenza di due presupposti:

  • soggettivo, ovvero il debitore deve essere un imprenditore commerciale di natura privata, non piccolo e, quindi, fallibile (art. 1 L.F.). Gli effetti tipici del piano (esonero da azione revocatoria fallimentare e reati di bancarotta) si producono, infatti, soltanto a seguito della sentenza dichiarativa di fallimento;
  • oggettivo, rappresentato dallo stato di crisi reversibile del debitore (finanziaria, economica, ecc.), in presenza di condizioni o prospettive di continuità aziendale. È, pertanto, necessaria la sussistenza di alcuni requisiti preliminari come le adeguate prospettive di mercato e prodotto – sulle quali fondare il rilancio economico – e la possibilità di accedere a nuova finanza, necessaria a supportare il progetto, in mancanza, è difficilmente sostenibile l’ipotesi del risanamento in continuità aziendale.

Il piano attestato di risanamento potrebbe, tuttavia, essere utilizzato anche dall’impresa in liquidazione, come strumento di ripristino delle condizioni di equilibrio, purchè finalizzato alla revoca dello stato di liquidazione.

3.1.1. Competenza

Il piano attestato di risanamento, generalmente predisposto dal consulente del debitore, deve essere formalmente adottato dall’organo di gestione, anche alla luce dell’unico richiamo normativo, seppur implicito, formulato dalla disciplina civilistica: l’art. 2381, co. 3, penultimo periodo, c.c. riserva, infatti, al consiglio di amministrazione l’esame dei piani strategici, industriali e finanziari della società. Conseguentemente, deve essere trascritto nel libro dei verbali del consiglio di amministrazione o nel libro delle determinazioni dell’amministratore unico. Fermo restando che lo statuto può stabilire, a questo proposito, una specifica competenza dell’assemblea dei soci, ad esempio quando è richiesto un loro intervento diretto a supporto della fattibilità del piano.

3.1.2. Finalità

L’obiettivo del piano attestato, come anticipato, è rappresentato dal risanamento dell’esposizione debitoria dell’impresa e dal riequilibrio della situazione finanziaria della stessa: è, pertanto, necessario che preveda dei rimedi da adottare in un’ottica non meramente liquidatoria, ma in continuità aziendale o comunque diretti al raggiungimento della stessa, coerentemente con le raccomandazioni del principio di revisione n. 570. In particolare, le principali finalità del documento sono riconducibili ai seguenti aspetti:

  • perseguire la continuità aziendale e, conseguentemente, preservare il valore sociale dell’impresa, mantenendo gli attuali livelli occupazionali;
  • minimizzare i costi e tempi di esecuzione del progetto di risanamento;
  • massimizzare la soddisfazione dei creditori, i quali potrebbero avere obiettivi diversi, in quanto i creditori strategici potrebbero essere interessati alla continuità aziendale, mentre quelli piccoli potrebbero preferire la liquidazione atomistica dell’azienda, anche nell’ambito della procedura di fallimento.

È, pertanto, fondamentale individuare in via preliminare le cause della crisi dell’impresa, che possono essere di tipo congiunturale, strutturale – dovute allo specifico mercato di riferimento oppure all’incapacità di creare adeguato valore – o finanziario, in virtù di un eccessivo indebitamento o di un insufficiente grado di capitalizzazione. A seconda che vi sia preminenza di una o della altre ragioni della crisi, ovvero un mix delle stesse, l’impresa deve valutare la necessità di:

  • ricercare nuove occasioni di crescita, con maggiore flessibilità operativa;
  • rivedere la propria strategia industriale e commerciale;
  • ridurre l’indebitamento, mediante la cessione di attività o rami aziendali non strategici, il consolidamento di parte dei debiti a breve o l’ingresso di nuovi soci o finanziatori di lungo periodo.

3.1.3. Contenuto e durata

Il piano attestato di risanamento deve essere redatto utilizzando le più diffuse tecniche professionali previste per il business plan, comprendendo sia il progetto finanziario che quello industriale; deve, pertanto, indicare le misure idonee a ristabilire l’equilibrio della gestione dell’impresa in difficoltà ovvero definire le fasi del risanamento, le strategie sottostanti e gli strumenti di controllo (intermedio e finale). Deve contenere le linee guida che hanno motivato la propria redazione, precisando – dettagliatamente – gli atti, i pagamenti e le garanzie da porre in essere, al fine di eseguire il progetto proposto per la riduzione dell’esposizione debitoria ed il riequilibrio della situazione finanziaria dell’impresa, quali, ad esempio:

  • la sostituzione dell’organo amministrativo;
  • il cambiamento dell’attività sociale;
  • il mutamento dell’assetto proprietario;
  • la cessione dell’azienda o di rami della stessa;
  • la vendita di attività aziendali, dimissione o razionalizzazione di linee produttive;
  • la messa in mobilità dei lavoratori dipendenti;
  • la ricapitalizzazione;
  • la ristrutturazione del debito, attraverso l’ottenimento di nuova finanza, ulteriori dilazioni, consolidamento di alcune passività a breve, operazioni a saldo e stralcio;
  • la concessione di garanzie per debiti pregressi o nuovi finanziamenti;
  • la conversione di alcuni debiti in mezzi propri;
  • le operazioni straordinarie.

In sede di redazione del piano, devono, inoltre, essere osservate alcune regole fondamentali:

  • il documento, al fine di poter invocare ex post l’esonero da revocatoria fallimentare, deve indicare espressamente le operazioni (atti, pagamenti, garanzie, ecc.) che dovranno essere effettuate per eseguire il piano;
  • le eventuali garanzie prestate dal debitore, in esecuzione del piano, non devono coprire le passività preesistenti, ma soltanto l’erogazione di nuova finanza. La garanzia eventualmente concessa su un debito preesistente è, infatti, qualificabile come un atto potenzialmente sospetto, in quanto migliora la posizione di un creditore rispetto a tutti gli altri;
  • il piano deve prevedere specifiche analisi di sensitività, tali da consentire la valutazione della solidità dei risultati economico-finanziari indicati, dirette, ad esempio, ad individuare il punto di pareggio (c.d. break even point), ovvero il livello minimo di ricavi necessario a permettere l’avvio del rimborso del debito;
  • l’andamento del piano deve formare oggetto di un costante monitoraggio, per individuare gli scostamenti e la rilevanza degli stessi rispetto alla fattibilità complessiva del risanamento.

La struttura generale del piano non può prescindere dall’indicazione di quattro elementi fondamentali:

1)  la situazione patrimoniale aggiornata;

2)  il piano industriale, economico e finanziario;

3)  le condizioni ed assunzioni su cui si basa il piano;

4)  i flussi di cassa a scadenze periodiche (mensili o trimestrali).

In dettaglio, il piano attestato di risanamento deve, poi, riportare le seguenti informazioni:

  • le cause interne ed esterne della crisi;
  • lo stato di solvibilità e liquidità aziendale, e le altre peculiarità dell’impresa;
  • le principali caratteristiche del piano, le ipotesi su cui si fonda, le fonti informative e le metodologie utilizzate per la sua redazione;
  • la solidità dei presupposti dei risultati economico-finanziari attesi;
  • le misure che si intendono adottare;
  • la durata, non eccedente i 3-5 anni, essendo assimilabile ad un c.d. business plan;
  • gli obiettivi intermedi e la loro collocazione temporale, i quali sono pure funzionali all’esecuzione del monitoraggio e all’adozione di eventuali correttivi;
  • gli specifici intervalli di verifica;
  • i meccanismi di aggiustamento e correzione individuati per coprire gli eventuali scostamenti dal piano (riserve di liquidità o patrimoniali).

Per quanto concerne la durata del risanamento, è opportuno che sia limitata, preferibilmente inferiore a quella presumibile di un ipotetico accordo di ristrutturazione dei debiti o concordato preventivo: ad esempio, potrebbe essere plausibile la prospettiva del ritorno a condizioni di equilibrio finanziario in 3 anni, con la previsione della ristrutturazione complessiva del debito in un tempo successivo rispetto alla conclusione dell’esecuzione del progetto di rilancio. La durata del piano deve, tuttavia, essere adeguata al progetto di risanamento, in quanto se troppo breve –nell’eventualità di un orizzonte temporale infrannuale – si potrebbe esporre al rischio di un’azione di revoca da parte del curatore, nel caso di successivo fallimento, a norma dell’art. 67, co. 2, del R.D. n. 267/1942.

3.1.4. Pubblicità

Non è previsto uno specifico obbligo di comunicazione ai creditori, ed ai terzi in genere, del piano attestato di risanamento, pur essendo opportuno che sia portato a conoscenza dei creditori e condiviso con gli stessi, anche al fine di scoraggiare l’adozione di azioni individuali esecutive o cautelari, che potrebbero l’impedire l’esecuzione del piano . Nella prassi, i creditori tendono a subordinare alla consegna del documento l’esecuzione della prestazione che viene loro richiesta nell’ambito del piano. Infatti, il piano attestato di risanamento non consente al debitore di beneficiare del divieto di azioni esecutive o cautelari da parte dei creditori a differenza dell’accordo di ristrutturazione dei debiti – anche nel corso delle trattative per la definizione dell’intesa (art. 182-bis, co. 6, L.F.) – e del concordato preventivo, pure nel caso di domanda “in bianco”, ovvero con riserva di successivo deposito del piano, della proposta e della documentazione (artt. 161, co. 6, e 168 del R.D. n. 267/1942).

La relativa comunicazione deve essere improntata alla massima trasparenza e, pertanto, contenere alcune informazioni essenziali:

  • le ragioni che hanno reso necessario il ricorso al piano attestato;
  • la descrizione, semplice e chiara, delle strategie di risanamento;
  • l’oggetto della proposta di ristrutturazione dei debiti;
  • l’indicazione degli effetti economici-finanziari attesi, con la precisazione dei relativi tempi;
  • i possibili rischi per l’impresa, i creditori ed i terzi in genere, nel caso di insuccesso del piano (o mancata approvazione da parte dei destinatari dello stesso).

Il predetto adempimento potrebbe, tuttavia, essere assolto in via agevolata, avvalendosi della possibilità offerta dall’art. 33, co. 1, del D.L. n. 83/2012, che ha introdotto – nell’art. 67, co. 3, lett. d), L.F. – la facoltà di pubblicazione del piano nel registro delle imprese, rilevante ai fini del regime di parziale non imponibilità delle sopravvenienze attive da riduzione dei debiti (art. 88, co. 4, del Tuir).

Il deposito camerale consente, inoltre, di attribuire al piano una data certa, al fine di poter usufruire delle esimenti previste dalla Legge Fallimentare: il beneficio dell’esenzione dalla revocatoria fallimentare decorre dalla data dell’attestazione del professionista incaricato.

3.2. Rischi

La natura assolutamente privatistica del piano di risanamento non offre particolari tutele ai creditori, i quali possono fare affidamento esclusivamente sull’attestazione del professionista indipendente. Nel caso della successiva dichiarazione di fallimento, i crediti sorti in esecuzione del piano attestato di risanamento non possono beneficiare del regime di prededucibilità di cui all’art. 111, co. 1, n. 1), del R.D. n. 267/1942, a differenza dei finanziamenti erogati – non necessariamente da banche ed intermediari finanziari – in funzione ovvero esecuzione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti e del concordato preventivo. Non è, infatti, prevista alcuna forma di consecuzione dal piano attestato di risanamento ad una procedura concorsuale, né la possibilità di usufruire di alcuni benefici previsti per l’accordo di ristrutturazione dei debiti e il concordato preventivo:

  • il divieto per i creditori di iniziare o proseguire azioni esecutive o cautelari sui beni compresi nel patrimonio del debitore (art. 168, co. 1, del R.D. n. 267/1942);
  • l’accesso all’istituto della transazione fiscale e contributiva di cui all’art. 182-ter L.F.;
  • la sospensione degli obblighi civilistici di ricapitalizzazione (art. 182-sexies della Legge Fallimentare).

Qualora l’impresa sia caratterizzata da rilevanti perdite civilistiche (artt. 2447 e 2482-ter c.c.), l’efficace esecuzione del piano è subordinata al preventivo ripristino del capitale sociale, in misura almeno pari al minimo legale, diversamente, il progetto potrebbe essere contestato a priori, con i relativi profili di responsabilità a carico di chi comunque ha tentato di porlo in essere.

3.3. Benefici

I principali vantaggi offerti dal piano attestato di risanamento sono riconducibili ai seguenti aspetti:

  • non richiede un preventivo accordo con i creditori, essendo sufficiente l’attestazione del piano formulata da un professionista in possesso dei requisiti di legge;
  • non è soggetto a particolari forme di pubblicità né ad un controllo del tribunale. È, pertanto, caratterizzato da un procedimento particolarmente semplice, connotato da un buon grado di riservatezza nella formazione del piano di risanamento;
  • non interrompe il decorso dei termini di prescrizione/decadenza delle azioni esercitabili dal curatore, nel caso di successiva dichiarazione di fallimento;
  • gli atti compiuti in esecuzione del piano non sono soggetti ad azione revocatoria fallimentare – privilegiando, quindi, il mantenimento della continuità aziendale – e neppure alle disposizioni in materia di bancarotta semplice e fraudolenta preferenziale (art. 217-bis del R.D. n. 267/1942). Tale beneficio non opera, invece, per gli atti riguardanti l’ordinaria gestione aziendale, che rimangono, pertanto, soggetti all’azione revocatoria fallimentare, salvo che ricorra un’altra causa di esenzione prevista dall’art. 67 del R.D. n. 267/1942; in ogni caso, il piano attestato di risanamento è assoggettabile all’azione revocatoria ordinaria (art. 2901 c.c.).

Qualora si dovessero verificare degli scostamenti, per effetto dei quali il piano non possa essere più proseguito come originariamente prospettato, gli effetti protettivi vengono meno soltanto con riferimento agli atti da eseguire successivamente al verificarsi dello scostamento, a meno che venga predisposto un nuovo progetto e resa la relativa attestazione . Restano, pertanto, salvi gli effetti degli atti compiuti a partire dalla data dell’attestazione del professionista indipendente ed anteriormente al verificarsi del predetto scostamento. Diversamente, nel caso in cui il piano, nonostante tale variazione, rimanga comunque eseguibile, grazie ai meccanismi di aggiustamento in esso previsti, l’esonero dall’azione revocatoria fallimentare permane anche per gli atti ancora da compiere.

3.4. Monitoraggio dell’esecuzione del piano

L’esecuzione del piano deve essere costantemente verificata dall’impresa che lo ha redatto, oppure da soggetti terzi dalla stessa delegati, al fine di individuare il raggiungimento degli obiettivi intermedi, gli eventuali scostamenti, la loro rilevanza ed i possibili rimedi; qualora gli strumenti di copertura previsti (riserve di liquidità o patrimoniali) dovessero rivelarsi insufficienti, è necessario modificare il piano, procedendo alla redazione di uno nuovo, da sottoporre al professionista attestatore, se si intende beneficiare – con riferimento agli atti da porre in essere in sua esecuzione – dell’esonero dall’azione revocatoria fallimentare di cui all’art. 67, co. 3, lett. d), della Legge Fallimentare.